Ciao Rosario

Ciao Rosario

Creato da Banca della Memoria - Regione Lazio il 23/05/2014
In queste ore ci ha lascuati Rosario Militello, ex deportato politico a Mauthausen. Io l'ho conosciuto proprio lì, ad un viaggio della Memoria con la Provincia di Roma. Poi, ogni anno, l'ho rivisto al Muro del Deportato al Verano, qui a Roma. L'ho visto invecchiare sempre di più e, man mano, ho visto che cresceva sempre di più la sua voglia di parlare. Non solo come deportato ma come persona anziana che viveva in casa di riposo. Perchè, se è vero che Rosario come altri è stato un testimone importante dei terribili fatti della deportazione nazifascista, è altrettanto vero che come tutti gli anziani aveva semplicemente bisogno di parlare e di essere ascoltato. A me, poi, piaceva tabnto quel suo accento di siciliano arrivato a Torino da giovanotto, operaio negli anni della guerra, a Torino catturato e poi diventato romano. Ciao Rosario.

3.5 min
Rosario Militello racconta ai ragazzi del Viaggio della Memoria della provinciadi Roma del giorno che il campo di Gusen fu liberato dagli americani. Un soldato americano era di origini siciliane e quando scopri' che Rossario era siciliano, lo porto' in ospedale. E per Rosario fu una fortuna perche' lo fecero soprattutto bere mentre altri deportati che si erano gettati sul cibo morirono dopo essere stati liberati.
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15.0 min
Rosario è nato in un paese in provincia di Enna. La famiglia era numerosa e Rosario, come molti bambini, ha fatto solo fino alla quinta elementare e poi ha cominciato a lavorare. Aveva quattordici anni quando è scappato di casa per andare al nord in cerca di fortuna. Ricorda che è arrivato a Roma Termini con un treno che andava a carbone ed erano tutti neri di fuligine. Da Roma Rosario ha proseguito per Torino con un treno che invece era elettrico. A Torino ha trovato lavoro in una fonderia. Il lavoro era pesante ma con le 36 lire a settimana Rosario cominciò a fare una nuova vita,anche se lo stipendio poi non era così alto.
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12.7 min
Con l’8 settembre sono cominciati i problemi veri per gli italiani. Nei dintorni di Torino era il mese della vendemmia e molti giovani che erano in età da militare ma non volevano arruolarsi nell’esercito repubblichino, si nascondevano in campagna e andavano ad aiutare visto che i giovani erano militari. Rosario capitò in una famiglia dove si stava trovando molto bene. Verso marzo del 1944 i tedeschi erano venuti a rastrellare Rosario che fortunatamente non era in casa. E così anche per non far passare guai alla famiglia, Rosario raggiunse i partigiani in montagna.
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11.9 min
Rosario entrò nella Brigata Garibaldi. Il comandante era un comunista che aveva fatto tanti anni confino, il nome di battaglia era Vola. Del periodo in montagna Rosario vuole ricordare soprattutto il lavoro delle staffette partigiane: erano spesso ragazzine di tredici anni che correvano per avvisare i partigiani dell’arrivo dei tedeschi. Piccoli eroi, dice Rosario, di cui pochi hanno parlato. Tra luglio e agosto del 1944 Rosario è stato catturato e portato a Torino alle carceri nuove. Gli interrogatori erano quotidiani. Dopo circa un mese, i prigionieri da Torino furono caricati sui camion e portati a Bolzano in un campo tedesco dove rimasero per un altro mese durante il quale molti, stabilito che erano dei capi, vennero fucilati. Tutti gli altri che erano per i tedeschi forza lavoro, vennero caricati su un carro bestiame e mandati a Innsbruck E da Innsbruck a Mauthausen.
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14.3 min
Sono arrivati a Mauthausen che era quasi buio. Hanno attraversato il paesino che gli è sembrato molto carino e pulito: donne, vecchi e bambini che anche vedendoli sporchi e stanchi non hanno mosso un dito nemmeno per un bicchiere d’acqua. Il campo da lontano appariva con i suoi muri alti. Il portone era bello, ricco, imponente. Appena si è aperto hanno visto come erano ridotti i prigionieri. E hanno capito che si moriva. Accanto alle baracche c’erano i mirti in attesa di essere portati al forno crematorio. Spogliati, rasati, nudi al freddo in attesa di andare sotto la doccia: l’acqua era a 60 gradi e poi subito dopo l’acqua fredda. E subito dopo il passaggio di creolina che bruciava. E poi la matricola: a Mauthausen non veniva tatuata ma era scritta sulla divisa e su pezzo di metallo legato al polso col filo di ferro. Nei letti a castello si dormiva in tre nello stesso letto. C’erano prigionieri di tutte le provenienze: russi, polacchi, francesi… E tutti tiravano a fregare tutti. Il secondo giorno a Rosario gi hanno rubato la zuppa e il cappotto.
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25.8 min
La sveglia era alle quattro del mattino, restavano in piedi al freddo per ore in attesa della destinazione quotidiana per il lavoro. Una mattina il gruppo di Rosario venne portato alla scala della morte. È una cava da cui bisognava risalire portando sulle spalle una grossa pietra da 30 o 40 chili. Erano 186 gradini l’uno diverso dall’altro che andavano a restringersi. Molti cadevano portandosi dietro quelli che stavano dietro. E cadendo le pietre ferivano o uccidevano. Qualcuno arrivato in cima si buttavano dall’alto per smettere di soffrire. I tedeschi lo chiamavano il lancio del paracadute. I morti e i moribondi bisognava portarli via. E’ capitato anche a rosario che aveva solo 19 anni e mai avrebbe pensato che si potesse fare tanto male ad altri. Dopo una ventina di giorni Rosario è andato a Gusen2 che veniva chiamato il tritavite per la pesantezza del lavoro. A Gusen2 la sopravvivenza era di un paio di mesi. E c’era una camera dove venivano accatastati i morti in attesa di essere portati al forno crematorio a Gusen1. Il lavoro era in fabbrica di armi e le fabbriche erano state trasferite sottoterra, in gallerie. I prigionieri venivano chiamati stucche significa pezzo. Il cib...
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11.7 min
A Gusen2 è arrivata l’armata del generale Patton. Le guardie erano scappate e i prigionieri russi la prima cosa che fecero fu di chiudere i cancelli di legno, prendere i kapò e farli fuori, tutto prima che arrivassero gli americani. Alla liberazione erano tutti ridotti così male che non riuscirono nemmeno a fare festa. Patton fece entrare i civili del paesino nel campo in modo che si sapesse. Tra le truppe americane c’era un italo-americano di origini siciliane. E fu la fortuna di Rosario perché questo militare americano, capito che Rosario era siciliano anche lui, si prese cura di lui, lo portò in ospedale a Linz dove fecero molta attenzione che Rosario ricominciasse a mangiare poco per volta: molti dei sopravvissuti ai campi morivano per il troppo e improvviso mangiare. Rosario aveva 20 anni appena compiuti, era senza muscoli, aveva gli intestini attaccati alla spina dorsale, pesava 24 chili: non riusciva nemmeno a dormire per il dolore dappertutto. Rosario è tornato in Italia il 21 di luglio del 1945
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13.8 min
Di nuovo a Bolzano, poi a Roma dove Rosario andò a finire all’ospedale del Celio: aveva un’infiltrazione polmonare e una infezione per aver mangiato e non digerito la buccia di una pesca. E’ uscito dall’ospedale solo nel marzo del 1947. Uscito dall’ospedale Rosario trovò lavoro come lavapiatti in un ristorante elegante a San Carlo al Corso. E’ andato a trovare i genitori ma voleva sistemarsi a Roma. E’ stato assunto come uomo di fatica alla Banca di Sicilia, poi è diventato commesso. Ha conosciuto una ragazza, si sono sposati, sono andati ad abitare al Don Bosco sulla Tuscolana. E poi la vita è continuata: il figlio è direttore di banca, la figlia è traduttrice dopo aver studiato sia a Londra che a Los Angeles. Rosario è da sempre impegnato a testimoniare la sua vicenda soprattutto con i ragazzi delle scuole che accompagna spesso nei campi con i viaggi della memoria.
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